La Carnia, di cui or a scrivere imprendo, è quel tratto di Provincia Veneta, che dai fiumi Tagliamento, e Fella in sù estendesi verso Settentrione fino alle sommità delle Alpi, che altissime innalzandosi tra le fonti del Dravo, e della Piave dan confine all'Italia. Anticamente i di lei confini abbracciavano ancora le Provincie della Carintia, del Carso, e della Carniola. I suoi primi abitatori furono i Popoli Carni, a che traendo la lor ongine dalla Celtica della nobil Provincia di Chartres, vennero ad abitar le nostre Alpi, siccome fra gli altri ben osservò un moderno erudito Scrittore, (Sig. Paolo Fistulario nella sua Geografia antica del Friuli pag.112) ai tempi di Tarquinio Prisco l'anno di Roma 156. sotto la condotta di Sigoveso nipote, di Ambigato Re de' Celti. La moltitudine di costoro sopprabbondava nella Gallia Trasalpina, e scarseggiava di viveri, perciò un esercito composto di dodici mille armati s'incamminò verso la Selva Ercinia , si fermò in vicinanza di lei, indi occupò la Pannonia, che secondo i più accreditati Geografi, stendevasi anche a queste nostre parti, e confinava colle Alpi Noriche, che Carniche poscia si dissero. In quell'incontro le nostre Alpi furono abitate dai Popoli Carni.
Eran costoro gente bellicosa e di gran cuore, e seppero fra questi monti mantenersi intatta la libertà per poco men di cinque cento anni. Allora fu che, come Barbari, furon presi di mira dai Romani, e per loro motivo, al dir del precitato Scrittore, intrapresa fu la fondazione di Aquileja. La Colonia Aquilejese fu condotta l'anno di Roma 572. mentre i Popoli delle montagne, Carni, Japidi, ed Istri si stavano spensierati nel comun periglio. Pochi anni dopo incominciarono cotesti popoli a sentirne gli effetti; e benché la detta nuova Colonia scaria ancor fosse di abitatori, ne ben fornita di opere, e di munizioni, dovettero nondimeno i medesimi soggiacere a soffrir una fierissima scorreria. Rinforzata poi che fu la nuova Città d'Aquileja, ed essendo toccato a Marco Claudio Marcello il vincere i Galli Alpini, l'anno 587. il trionfo di Marcello comprese particolarmente i popoli Carni. Ciocché si fosse di un tal trionfo, i Carni dovettero bensì restar soccombenti, ma non soggiogati, appartenendo ad altri tempi il trionfar davvero di questo popolo feroce, e accostumato alla originale sua libertà.
Si aveano i Romani a poco a poco rese obbedienti fin da gran tempo le Alpi Ligustiche, e l'anno 610. erano giunti a superare anche quelle de' Salassi, mettendosi in possesso a quella parte delle Chiuse del Piemonte tanto importanti per la sicurezza d'Italia. Porte d'Italia niente meno importanti; e gelose erano queste delle nostre Alpi: e per tale forte motivo è da credersi che da' Romani s' intraprendesse l'oppressione della Nazion Carnica. Sotto dunque il Console Cato, e gli auspici di Marco Emilio Scauro, che fu l'anno di Roma 638. entrarono i Romani in possesso delle nostre Alpi, e poterono gloriarsi, colla depressione de' Carni, di esser giunti a questo lato a debellar tutta l'Italia. Per monumento di ciò v'è un frammento di Fasti trionfali dissoterrato in Roma l'anno 1563. a piè del monte Esquilino, e riportato dal Sig. Fistulario, in cui leggesi.
M. AEMILIVS. M. F. M. N.
SCAVRVS. COS.
DE. GALLEIS. KARNEIS.
Due anni dopo che furon depressi i Carni, Gneo Papirio Carbone fu il primo de' Romani, che si valse della opportunità di un tal posto, e alle Chiuse delle nostre Alpi fece fronte a una inondazione di Cimbri, gente barbara, e fino a quel tempo sconosciuta negli Annali di Roma. Carbone battè i Cimbri, e se non ne fece esterminio, fu per cagion di un turbine con dirotta pioggia, da cui restarono separati i combattenti, e talmente dispersi i Romani, che appena si riunirono dopo tre giorni. La battaglia secondo alcuni seguì al fiume Lisonzo sopra il luogo, dove ora è Gorizia; ma per detto di Strabone, citato dal Sig. Fistulario, essa fu appresso il nostro Fiume Tagliamento (Geografia antica del Friuli cap.10).
Dopo tale impresa, secondo la maggior parte de' nostri Scrittori, C. Giulio Cesare passò per la nostra Carnia , quando per costà marciò contro gli antichi Svizzeri; poiché avendo esso udita la solevazione di questi, siccome egli medesimo attesta nel suo primo Libro della guerra Gallica, arrolò due Legioni in Italia, e tre altre, che svernavano ne' contorni d'Aquileja, ne tirò fuori de' Quartieri d'inverno: e perché il cammino più corto per andar nella Gallia ulteririore era per le nostre Alpi, con quelle cinque Legioni s'incamminò per l'Alpe del monte di Croce, situato ai confini del Canale di S. Pietro, stantechè gli Svizzeri l'altro passo delle Alpi avean occupato, e munito con forte presidio, acciocché per colà il Proconsole Romano condur fuori non potesse l'esercito. Il Sig. Paolo Fistulario però prova molto bene col testo di Livio, ch'egli allora tenne la strada de' Salassi, e che per quella parte si precipitò sopra i suoi nemici colle Legioni, che avevano svernato nei contorni d'Aquileja. Con tutto ciò fuor di questo tempo nel detto monte di Croce la strada, che innanzi era difficile a transitare per testimonianza di Aurelio Vitore Giulio Cesare procurò di render transitabile. In prova, e memoria di ciò abbiamo alcune Iscrizioni state scoperte in varii siti di esso monte.
La prima apertura di tal varco si attribuisce a quei dodici mila Galli Transalpini, che sulla relazione di T. Livio l'anno di Roma 567. per saltus ignotae anteà viae in Italiam transgressi, oppidum in agno, qui nunc Aquilejensis est, aedificabant ; poiché per verità a niuna delle strade, che ora della Germania conducono nel territorio d'Aquileja, è meglio addattata la descrizione, quanto a questa del monte Croce. E già ben lo disse Palladio nel lib. 2, pag. 23 con queste parole: Ingens igitur in unum multitudo ( parla de' suddetti Galli, che partirono dal loro paese) haec Rhaenum emensa per eam Iuliarum Alpium viam, quam non multo post C. Julij Caesaris opera complanatam, atque nobilitatam posteritas accepit, in Forumjulium tendit . Poi soggiunse: Haec prima Barbarorum in Provinciam expeditio, quam eo admirabiliorem quis existimaverit, si locorum iniquitates, per quas signa intulerint, animadvertet . Quindi comunque siasi del sito, in cui quei popoli Galli tentarono di fondare quella Città, si computa, che allora fu la prima volta aperta la strada per il nostro monte di Croce.

Qui però vuol avertirsi, che per ascendere dalla nostra parte alla sommità di esso monte, si devono riconoscere due strade, una carreggiabile, l'altra pedestre. Quella conducendo per le pendici del monte Collina ascendea per quella di Collinetta (ambe montagne del N. U. Co. Mario Savorgnano) alla cima del monte di Croce, questa commoda in oggi anche per cavalcare, senza staccarsi dal monte stesso passava per il piano, su cui tenevasi tra Tedeschi, ed Italiani annualmente un famoso mercato, chiamato perciò ancor oggidì in lingua Alemanna Alta March , cioè mercato vecchio: ma poi quale delle due strade sia la più antica, non si può additare.
La prima, di cui il veggono anche di presente in più sassi alcune un gran palmo profonde carreggiate, vanta indubitatamente aver sortita la sua spianazione da Giulio Cesare. Ne fa fede Sesto Rufo scrivendo: Sub Julio, ac Octaviano Caesaribus per Alpes Julias iter factum est . In Oltre certi ci fanno le seguenti Iscrizioni scoperte in più luoghi del monte di Croce.
In un pezzo di rupe di esso, come leggiamo dall'Originale Manoscritto di Quintiliano Ermagora, Scrittore del Secolo XV., si vedeano incise certe lettere, che così dicevano.
C. JUL. CAES.
VIAM. HANC . ROT. F.
Segnava qui Cesare un monumento alla posterità per farle vedere, che avea potuto costruire una nuova strada per dove non era mai stata strada da carri.
Il Chiarissimo nostro Morocutti l'anno 1727., come accenna in sua lettera scritta al Sig. Abate Fontanini, scuoprì alle radici del monte di Croce alcune iscrizioni.
Un degno Sacerdote di mia Parrocchia, ( P. Gio: Battista Giacinto de Rivo ); e che mancato a vivi l'anno 1752. lasciò molte sue memorie inedite intorno le antichità della Carnia, ora passate in altra letterata mano, trascrisse la seguente imperfetta Iscrizione, incisa in un quadro scavato a lato sinistro della suddetta via carreggiabile fatta per il monte di Collinetta.
_ ICES FECIT _ _ _ _ L _ _ _
_ _ _ _ IIIVIROS
GALLI _ _ _ LIBER SERVI _ _
_ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _
_ _ _ REN
BENEFICEN _ _ _ _
PERICLITAN _ _ _ _
VIAM STABI _ _ _ _
Nella sommità di detto monte, che Venanzio Fortunato da questo transito di Giulio Cesare nomino Alpe Giulia, non lungi dal confine Imperiale alquanto sopra la strada verso Settentrione io stesso in compagnia di due altri dilettanti di antichità ho letto le due seguenti Iscrizioni incise nella erta, e naturalmente liscia rupe.
I.
MUNIFICENTIA. D. D. AVGGQVE
N. N. IN. HOC. PERVIO HOMINEST
ANIMALIA. CVN. PERICVLO
_ _ _ TRANSIBANT. APERTVM EST,
CVRAM. HABENT _ _ _ PROCRANT_ _
_ _ MATTO. CVR. R. P_ _ IV_ _ R _ _ p _ _
D. D. N. N. VALENTINIANO
ET. VALENTE. AVGG. III. COS
I I.
_ _ _ _ _ _ _ _ M _ _ _ _ _ _ _ _ _
_ _ _ _ _ _ _ _ XIX _ _ _ _ _ _ _ _
_ _ _ _ _ I _ _ _ S. CETERISQE DIB
MEMORIAM. ET. SOLLEMNE. VOTVM. DI
TERMIA. SVSCEPTOR. OPERIS. AETERNI
vm
TITVLVM IMMNEM. MONTEM. ALPIN.
saepe
INGENTEM. LITTERIS. INSCRIPSIT. QVOT.
..IVIVM COMME ANTIVM PERICLITANTE
POPULO. AD. PONTEM. TRANSITVM. NON
PLACVIT CVRA_ _ETATTIO BRAETTIANO
QEORVM VIRO ORNATO VIAM NOVAM
DIMOSTRANTE. HERMIA. MVLTA. NI
MIS. FIDES. OPERISQVE. PARATVS. VNA
NIMES. OMNES. HANC.VIAM. EXPLICVIT
Si parla in queste due Iscrizioni della ristorazione di una più antica strada, che per queste Alpi passava, intrapresa da un certo Ermia per suggerimento di Azzio Brezziano l'anno di Cristo 370.
Dall'epoca poi, in cui per ordine di Giulio Cesare fu resa ruotabile la via del monte di Croce, è da credersi che per comando del medesimo sia stato fatto, e fortificato il Castello, e la Città del nostro Giulio Carnico, di cui a suo luogo parleremo: è da credersi che per ordine suo sia stato fatto, sì affinchè potesse egli avere un libero regresso, e forte presidio, se la necessità lo respingesse dalla Gallia, ove andava, non restando domato il nemico; come altresì perché, se i Barbari tentato avessero di penetrare nel piano della Provincia de' Carni, potesse lor opporsi qual forte difesa quel Castello fondato alle radici delle Alpi.
Per altro da che i Carni furono soggiogati da Emillo Scauro, guerre Alpine non ne scorgiamo fra essi da quel tempo fin dopo la morte di Giulio Cesare. Queste genti in que' tempi occupavano non solo le Alpi, o sieno le montagne alpestri o selvagge, ma i colli ancora o tutti, o in buona parte, che alle radici di esse intorno intorno s'innalzano. La maggior parte dei luoghi di colline, sebben facili a coltivarsi, massime però verso la sommità era incolta ed infruttuosa a cagione della inerzia di quegli abitanti, e dell'asprezza della terra. Soleano però essi per la scarsezza del vitto, e delle altre cose ricorrere agli abitatori del piano per aver chi somministrasse loro il bisognevole, retribuendo all'incontro resina, pece, fiaccole di legno, cera, mele, e formaggio, abbondando eglino di sì fatti prodotti.
Ne' tempi poi di Ottaviano Cesare l'anno 738. fu una sollevazione generale delle Alpi contro i Romani, e in questa vi entrarono anche i nostri Carni. Io qui succintamente riferirò il fatto storico, come ce lo descrive il Sig. Fistulario, fondato sull'autorità de' più accreditati antichi Scrittori ( Geografia antica del Friuli Cap II ).
Augusto con magnanima impresa potè sedare per mezzo de' suoi figliastri Druso, e Tiberio nel breve corso di una campagna un così vasto, e pericoloso tumulto. Druso assalì la Rezia, e la Vindelizia, e battè i Breuni, e i Genauni più volte, atterrando molte Castella de' nemici poste alle sommità delle Alpi.: e Tiberio spedito da Augusto in soccorso del fratello attaccò immantinente una gran battaglia, e diede ai feroci Reti, oggi Grisoni fortunatamente la rotta. Atterriti , e dispersi con frequenti, incommode, e noiose scaramucce i più forti, e coraggiosi della lega, non fu difficile ai Romani il superare anche i più deboli, quali erano i nostri Carni, e sottometterli.
Tale fu l'esito, e il fine memorando della sollevazion generale delle genti nostre Alpine. Erano bensì feroci coteste genti, ben situate, e terribili per numero, ma molto più formidabile certamente era la Romana potenza. Ma per appunto perché annidata questa moltitudine di Carni ne' dirupi, e fra montagne inaccessibili, non lasciava senza il suo pericolo neppur la grande, e immortal Repubblica di Roma, non bastò ad Augusto di averli soggiogati, ma ordino a Druso, e a Tiberio, che impoverissero di gente queste contrade , estraendo dalle medesime il miglior nerbo, e la massima parte della più robusta, e più fiorita gioventù. La storia poi non ci descrive la scena tragica de' Carni in quest'incontro, il numero delle genti trasferite, la resistenza loro in quell'amara giornata, il trattamento lor fatto dalla mano de' vincitori, e tante altre particolarità. Ad ogni modo però sappiamo essere stato qesto il tempo che i Carni si dilatarono, e che il fiore della gioventù Carnica fu levato dalle nostre Alpi, e condotto da Tiberio, e da Druso ad abitar tutto quell' piano sopra Aquileja ch'è di qua dal Tagliamento. E quì fuor di proposito sì lagna con amarezza qualche Critico, perché il Sig. Fistulario abbia scritto che i nostri Carni tirati giù da' monti, e posti in punizione al piano, si castigassero coll'assegnar loro grande copia di terreno. Fu sempre pena l'essere costretti ad abbandonare la dolce, ed amabil sua patria; e naturalmente parlando, il rincrescimento, che provasi in lasciare le patrie fedi, ed insieme valli, monti, colli, piani non infruttiferi, in cangiare vario clima, altri alimenti, consuetudine di vita dall'antica assai diversa, compensato abbastanza essere non può col trasferirsi nelle più ubertose, e basse pianure del Friuli, e coll'essere quivi assegnata a nuovi Coloni copia bastante di terreno.
Allora poi fu che Provincia de' Carni chiamossi tutto quel tratto di paese, che dalle Alpi nostre Superiori si stende fino al Golfo Adriatico tra il Formione, e il Tagliamento; e tale nome sortì da Cesare Augusto, allorchè condotta giù da' nostri monti per opera sua quella numerosa Colonia di genti Carniche a popolare il piano, per nobilitare un tal fatto, e perpetuarlo nella memoria degli uomini, fu il primo nella celebre sua divisione della Italia in undici Regioni a separare dalla rimanente antica Venezia quella pianura, e col nome proprio, e particolare di Carni a farla registrare geograficamente nella Region Decima. Col tratto poi del tempo Friuli cominciò a dirsi dall'antico Foro-giulio tutto quel tratto di Provincia, che dai fiumi Fella,e Tagliamento estendesi fino al mare, e i suoi popoli Friulani incominciaron nominasi. Gli altri popoli che fra detti fiumi abitano le Alpi, conservano anche al dì d'oggi l'antica sua nazione, e l'antico nome di Carni.
Di quella Provincia pertanto, che verso l'Alpi Giulie s'estende; ed i cui Abitanti ritengono il comun nome di Carni, ora trattiamo. Conta essa in larghezza miglia 25. in longhezza 44, e in giro circa cento. All'Oriente guarda i Norici, a mezzodì la Patria del Friuli, verso Settentrione i popoli della Zeglia , detta da Plinio Celia, ed a ponente i Cadorini. Tutta questa Provincia va divisa in quattro parti, che con comune vocabolo Quartieri , e Canali si chiamano. Il primo piegandosi al Levante, è Incarojo , ed ha il torrente Cherisone, volgarmente detto Chiarsò , che gli scorre per mezzo, e ch'entrando nel fiume Bute , ambidue accrescono le acque del Tagliamento. Quello poi che si estende all'occidente è il Quartier di Socchieve , nella cui sommità nasce il nobil fiume Tagliamento. Con vicino a questo vedesi il Quartiere di Gorto , al qual confina il Quartier di San Pietro verso oriente il nome sortendo dall'antichissima Chiesa Collegiata dedicata al Principe degli Apostoli. Scorre per il Canale di S. Pietro il rapidissimo fiume Bute; per quello di Gorto il Decano, ed ambidue per diverse vie sboccano nel Tagliamento.
In vicinanza al Quartiere di Gorto trae la sua sorgente la Piave fiume assai celebre. Scaturisce questa da certa montagna chiamata Lezia e di là per la valle di Sappada passando, per varii circuiti de' monti Cadorini, e per ripe silvestri precipitoso scorre per rupi, finché arrivato al Territorio di Belluno, e passando per quello con alveo più quieto fino a portar pesanti navili, a frammischiarsi se ne va all'Adriatico mare.
Oltre i predetti fiumi v'è un lago, detto di Cavazzo, il qual estendendosi in lunghezza più di un miglio, in larghezza mezzo miglio, non solo nudrisce Trotte di perfetto gusto, che pesano fin libre 15.5, ma ancor Anguille quasi di simile grandezza, e non altrove pari: parimenti Luccii, e Tinche che simili non se ne trovano. Questo lago non è fangoso, ma viene formato di acque limpide, e profonde, che scaturiscono da due vicini altissimi monti.
Contiene tutta questa Provincia Ville 142. che dividonsi in Pievi, e cure; e le Chiese di queste per la maggior parte erette sono nel sito stesso, ove per antico esistevano le sue Castella, su le cui rovine furono poi costrutte dette Chiese. Per la scarsezza delle sue campagne, e per la rapacità de' fiumi, e torrenti, che con incredibil impeto cadono da' monti al piano, e in niun alveo rinserrati, seco traggono via grandi mucchi di terra, e di sassi, e dappertutto rovinano le campagne, la Provincia è sì mancante in grano che non può somministrare le biade necessarie al vitto, e mantenimento degli abitanti , se non per me si tre, o poco più all'anno, facendo il suo calcolo politico. Servonsi essi perciò per la maggior parte delle biade, e de' vini che trasportono dal Friuli, conducendo all'incontro ai Friulani panni grossi di lana, o sian mezzelane, tele, vitelli, butiri, e formaggi, di che ne fanno gran copia. Hanno pascoli, e montagne atte a nudrire il lor bestiame: ed innoltre ricavano un considerabile profitto da' molti boschi, che possedono, qualor i direttori Capi delle ville esercitino nei respettivi Comuni una fedele economia de' medesimi.
Vanno ripieni cotesti boschi di alti alberi di Albeo, di Pino, e di Larice, che servono per uso delle navi, e delle fabbriche: però vengono spediti per il Friuli, per Venezia, per la Marca d'Ancona, e per altri paesi più lontani, conducendoli per il Tagliamento, e per la Piave. In particolare le tavole di albeo, e di Larice, che si ritraggono da' boschi della Carnia, comperate dai Mercanti vengono in gran copia condotte in Venezia, ed a Sinigaglia, ed indi trasportate per mare in varie parti del mondo. E' antico appresso i nostri Carni tal negozio di legname atto alle fabbriche, ed era solito farsi da essi coi Romani, de' quali provedevano anche l'Arsenale di Ravenna.
Osserva il chiarissimo storico Sig. Valvasone, che questi legni già commendati da Vitruvio conservarono la loro stima fin al tempo di Paolo III., il quale facendo erigere il Palazzo Farnese in Roma, diede commissione a Beltrame Susanna gentiluomo di Udine di provedergli de' Larici della Carnia; e che questi ne fece tagliare nei aspri monti di Lezzis, pertinenze di Sappada, Larici 20. di sì smisurata grandezza ch'erano di passi 19., e di 21., e grossi piedi 4. per diametro. Fra i suddetti boschi ve ne sono 47, in Carma riservati al beneficio dell'Arsenale di Venezia.

Non va priva questa Provincia di Miniere. Nel monte Primosio in vicinanza alla Villa di Timavo, come ancor in Agrons, Villa del Canale di Gorto, si veggon oggidì i bucchi delle cave, ond'estraevansi i minerali d'argento. Nelle pertinenze altresì di Cercivento in un bosco detto d'Agalt, già anni sono, fu scoperta una miniera d'argento, di cui ne pigliò la investitura un Signor del Friuli; ma o per non rendere sorsi quel lucro, che speravasi, o per altro a me ignoto motivo restò trascurata. Parimenti nel contorno di Forno Avoltri già due secoli si estraevano miniere, che purgate davano diversi metalli, ed avea di esse la investitura un Nobile Molin Patrizio Veneto ; vedesi tuttora una parte di edifizio diroccato, ove chiamasi Cà Molin. Vi si trovano anche marmi di un bel mischio in molti luoghi della Carnia, de' quali se ne fanno varj usi, siccome servir possono alle fabbriche al pari di molti altri d'Italia. Nel Canale di S. Pietro in vicinanza al Villaggio di Rivalpo v'è una miniera di pietra viva di color piombino, la qual è molto atta per le fabbriche del paese. Viene scavata, indi in varie guise colà lavorata da que' Rivalpesi, artefici assai pratici in tal mestiere.
Innoltre dal monte di S. Pietro scaturiscono certe acque, chiamate in nostra lingua Pudie , calde d'inverno, e fredde d'estate, e che conservano colore, ed odore sulfureo.
Fisicamente esaminate da' Medici Professori di Padova, dove di effe ne fu portato qualche vaso, furono scoperte acque alluminose sulfuree, ma in maggior quantità di allume gentile, e in minor assai quantità di solfo volatile. Proficue le reputano pel calcolosi, e per la guarigione di altri mali.
Nel contorno di Tolmezzo, come pure nei Villaggi esistenti sotto, e sopra Tolmezzo vi nascono Uve di cui fanno del Vino, il qual sebbene in tempo d'inverno sia di dura digestione, nella estate però resosi di qualità più mite non tanto offende, ma estingue a meraviglia la sete. Le carni altresì d'ogni genere, e i latticinii sono de' migliori che ritrovar si possano: in particolare il Formaggio Asino cotanto apprezzato fresco, e che tale si denomina per essere da' uomini pratici di Asio nelle nostre montagne formato.
Tratti dall'esempio de' con vicini Friulani, ed eccitati molto più da' memorabili Decreti, questi anni addietro dal benefico nostro Principe emanati in favore dell'Agricoltura nazionale, con dolce soddisfazione de' più sensati Uomini si veggono accrescere dai Carni nuove piantaggioni di alberi li più utili in codesta Provincia, quali sono li Gelsi, o sia Mori. Avendo questi Nazionali appresa la maniera di nodrire, e governare i Bachi da seta, l'esperienza comprova che la seta di Carnia riesce la più perfetta, e la più ricercata, e stimata, e vendesi perciò a più caro prezzo d'ogn'altra.
La situazione stessa della Carnia in oltre sembra di sua natura adattata per le caccie de' Quadrupedi, e Volatili Selvatici, de' quali abbonda in più spezie. Vi stanno in queste montagne Orsi, Gattopardi, Lupi, Cervieri, Volpi, Daini a Cavrivoli, o sia Camozze; e talvolta veggonsi Cervi che inseguiti dai Cacciatori Tedeschi travalicano le nostre Alpi. In riva a' fiumi si veggono delle Lontrie, e nelle Caverne Martori, Faine, e Tassi. Lepri se ne trovano in gran numero, molti de' quali in tempo d'inverno sono bianchi niente meno della neve. Le pelli di queste sono al dì d'oggi molto stlmate per la invenzione trovata di fare con esse certo filo, che ridotto in guanti, ovvero in calze, dicesi che abbia virtù di preservare dalle buganze, e dalla podagra.
La caccia de' Cavrivoli è la più utile, e la più ordinaria che si faccia nelle nostre Alpi; ma quella delle Capre selvatiche è altresì la più pericolosa; perché a' Cacciatori conviene perseguitar quelli animali attraverso le rupi, e i precipicj. I luoghi, dove d'ordinario si trovano quegli animali, sono certe rocche di pietra viva, salata, ed a_e_osa, di cui molto si compiacciono leccandola, e fregandovi la lingua, sia per agguzzarsi l'appetito, sia per ajutare la digestione, sia per nettarsi la lingua, sbarazzandola così dal viscidume. Questa sorta di Capre marciano quasi sempre in truppa, e con ordine: una di esse fa la guida, e un'altra la sentinella, quando le altre pascolano, e al primo movimento che vede, o al primo romore che sente, fa un grido, ovvero un fischio chiaro, ed acuto, che serve alle altre per salvarsi con la fuga. Quando poi anche la guida pascola, sempre qualche altra Camozza fa la sentinella con la testa in alto, e con le orecchie tese.
Si trovano ancora nelle Alpi Carniche Pernici, Cotorni. Francolini di due specie, Pollanche, Galli d'India, Galli di Macchia, Beccaccie, Anitre ne' marassi, e laghi delle montagne, e varie altre spezie di uccelli meno rimarchevoli, e altrove incogniti.
Oltre l'antichissima, e nobile Città di Giulio Carnico v'erano anticamente in codesta Provincia ventitre Castlelli eretti sopra diversi monti, e colli del paese, i nomi de' quali sono Tolmezzo, S. Lorenzo, Fusea, Verzegnis, In villino, Socchieve, Nonta, Luincis, Sezza, Sutri, Durone, Siajo, Illegio, Cavazzo, Des Dumblans, Ampezzo, Forni, Feltrone, Agrons, Raveo, Monajo, Fratta, e Cesclans. Di questi Castelli poi parleremo in particolare a suo luogo, almen de' principali.
Si veggon oggidì pochi vestigj di questi Castelli, poiché le Chiese delle Pievi per la maggior parte erette sono, dove esistevano i medesimi. I Desmans o Germani della nostra Carnia diconsi aver avuto origine dai detti Castelli. Certo è che la costituzione di questi Gesmani nella Carnia è antichissima, mentre sussistevano prima dell'ingrandimento della Terra di Tolmezzo. Sono investiti de' Feudi, come appare in tutte le antiche Rate , o Roli della Patria, coll'obbligo di contribuire per vassallaggio in tempo di guerra al Principe tre uomini armati a Cavallo separatamente dalla Comunità di Tolmezzo. Si conservano col proprio Capitanio indipendentemente dagli altri de' Quartieri, ed i Feudi da essi posseduti, in tutti i tempi li riconoscono dalla Carica dei Luogotenenti di Udine, dai quali con più deliberazioni restano eguagliati agli altri Nobili Feudatari della Patria, liberi, ed esenti di ogni fazion personale, e con altri privilegj, siccome appare dalle antiche loro investiture approvate, e confermate fin dai primi Luogotenenti Generali del Friuli.
Se da prima però a tutte le famiglie di quelli, che or portano il nome di Gesmani nella Carnia, fosse data nobiltà Feudataria, lascio il vedersi appresso gli Scrittori Feudisti, fra' quali il Sigonio citato dal Sig. Liruti ( Not. Del Friul. E. 4. p. 138., e seg. ).
La giurisdizione della Provincia della Carnia dopo la distruzione de' suoi Castelli fu da' Patriarchi d'Aquileja conferita alla Comunità di Tolmezzo, e tuttora dopo la volontaria, e fortunata dedizione alla Serenissima Veneta Repubblica dell'anno 1420. l'autorità risiede appresso la medesima. In questa Provincia però vengono considerati tre corpi economici: Comunità di Tolmezzo, quattro Quartieri, e Gesmani Feudararj.
La Comunità di Tolmezzo è composta de' Cittadini di quella Terra, i quali in numero di ventuno formano quel Consiglio. Sono padroni di que' Dazi, e rendono ragione nel Civile, e nel Criminale, sì della Terra stessa, che di tutte le Ville della Carnia. Questa facoltativa però giurisdizionale viene unicamente esercitata col mezzo di un Gastaldo che rappresenta Sua Serenità, e di tre Giudici che annualmente vengono eletti da quel Consiglio. Nel Criminale pure è funzione del solo Gastaldo, e Giudici di formar i processi, deputare i medesimi, e poi portare la lettura ai Consiglieri, i quali tutti ballotano le parti che vengono dal Gastaldo, e Giudici suddetti mandare alli Rei. Le sentenze però, tanto Civili, che Criminali, passano sotto la censura de' Luogotenenti della Patria. Il Gastaldo pro tempore usa di prendere ad affitto, ogni triennio dal Reggimento di Udine le pubbliche rendite provenienti o dalle mude , o dagli affitti, e censi Feudali esistenti in questa Provincia, e di quelli egli sloo rilascia le investiture.
I quattro Quartieri nominati S. Pietro, Gorto, Socchieve, e Tolmezzo, vengono composti da 139. Villaggi, a riserva di sei, cioè Sauris, Sappada, Forno d'Avoltri, Timau, Cleulis, ed Alesso, le quali si chiamano Ville separate per esser annesse alla Comunità di Tolmezzo, colla quale concorrono nelle contribuzioni de' pubblici Dazji, ed altri aggravi che riguardano l'universale della Provìncia. Queste sei Ville sono poste nei confini della Gastaldia di Tolmezzo.
Cadauno di detti Quartieri è formato di un numero quasi uguale di villaggi: ogni villaggio ha il suo Meriga, ed ogni Quartiero il suo Capitanio, cosicché ogni villaggio viene rappresentato da un Meriga , ogni Quartiere da un Capitanio, e la università dalli quattro Capitanj pro tempore, a riserva del Quartiere di S. Pietro, in cui vi sono due Capitani, l'uno detto sopra Randice , l'altro sotto Randice , i quali facendo separatamente le loro riduzioni, formano però una sola voce nelle generali adunanze. Ad essi Capitani viene appoggiata la osservanza de' loro privilegi, e delle Leggi in volume raccolte, e pubblicate dal Signor Dottore Agostino Spinotti, allora Nunzio in Venezia per la Provincia della Carnia. Di più sono ministri di esecuzione de' loro rispettivi Quartieri, colle incombenze di esigere le pubbliche rendite, e le colte che si pagano in ragion di estimo, comandare le convocazioni, custodire i Boschi riservati per l'Arsenale di Venezia, tener in acconcio le strade, ponti, argiari, ed in somma contribuiscono nell'economico indipendentemente dalla Comunità di ToImezzo a tutto ciò che riguarda il miglior governo, e sussistenza de' popoli.
Ma le Ville soggette al Quartiero di Tolmezzo non hanno alcuna delle soprariferite facoltà, cosicché possono dirsi senza capo, mentre il Capitanio del loro Quartiero viene eletto uno de' Consiglieri della Comunità di Tolmezzo, esclusa ogni voce delle Ville che formano il Quartiero suddetto. Occorrendo perciò, di trattarsi materie che riguardino l'interesse universale delli quattro Quartieri, si uniscono i tre primi Capitanj col Capitanio della Terra di Tolmezzo, che rappresenta il quarto Quartiero, e vengono deliberate colla pluralità de' voci, a norma però di quanto fu preso ne' rispettivi Consigli de' Quartieri; nel che sono i Capitanj semplicemente esecutori, a differenza del Capitanio di Tolmezzo, il cui voto dipende dalla propria volontà. Se accade poi qualche litigio tra i quattro Quartieri, e la Comunità di Tolmezzo, sogliono le Ville soggette al Quartier di Tolmezzo constituire un Procuratore coll'assenso, e voto della maggior parte de' Comuni, non convenendo al Capitanio di Tolmezzo, come membro della Comunità, avere alcuna ingerenza. Si uniscono anche col Capitanio di Tolmezzo i detti tre Capitanj con due Sindici per Quartiero, ed i loro rispettivi Cancellieri fra la settimana del Santo Natale per fare i conti generali di tutte le spese occorse nell'anno alla presenza delli Proveditori di quella Comunità, ai quali spetta la giudicatura sopra ogni differenza che per occasione di detti conti insorgesse, coll'appellazione alla Superiorità del Luogotenente della Patria. Il comparto viene steso dal Cancelliere della Comunità, assegnando ad ogni Quartiero la sua giusta quota, la quale poi viene con proporzione distribuita in ragion di estimo sotto tutti gli abitanti che lo compongono.
In quanto ai Gismani della Carnia, fanno essi corpo separato. L'anno 1393. naque contsa fra essi Gismani, ed i Capitanj di codesta Provincia: perciò fatto ricorso al Patriarca Giovanni, ottennero i Gesmani una lettera diretta al Gastaldo di Tolmezzo, ordinandogli che impedir dovesse le pretensioni de' Capitanj, mentre dichiarava i Gesmani abitanti nella Carnia esenti da tutte le sentinelle, esplorazioni, strade, custodie de' passi, gravezze di guerra, di milizia personale, e di altre simili servitù: esenti in oltre dalla obbedienza de' Capitanj della Provincia, per l'obbligo della milizia equestre, ch'erano tenuti prestare per la difesa, ed onore della S. Chiesa, e Sede d'Aquileja.
Nei quattro Canali, o Quartieri della Carnia si mantiene per ordine Supremo una compagnia di Cernide, che forma un battaglione di 500. soldati archibugieri; e questi hanno obbligo di custodire nelle occorrenze a spese di que' sudditi tredici importantissimi passi, tutti confinanti coll'Alemagna. Sono gli abitanti di questo paese industriosi nelle arti mecaniche, e pratici in ogni genere di mercatura, con cui fanno traffico non solo in Italia, e in Germania, ma quasi in tutte le parti della Europa per procacciare a se ed a' suoi il necessario vitto. Si fa però torto ai Carni riputandoli malforniti di spirito: la esperienza dimostra non esser essi goffi, e stupidi di natura, come falsamente alcuni pensarono, ma piuttosto di assai accorto, e sagace talento. Tengono del continuo esercitato l'animo, ed il corpo, ed altra idea essi sortirono dalla natura che per ordinario hanno gli altri Villici. Resistono alla intemperie del caldo, e del freddo per provedersi coll'arte, e colla industria il bisognevole per la loro Vecchiezza. Ne si pensi aver eglino in trascuranza l'agricoltura; poiché al venir dell'estate ciascun anno fanno ritorno alle lor case per raccoglier le biade, e i fieni, e compito il restante tempo della stagione estiva in assestare i domestici affari, e in seminare i campi, se ne ritornano tosto agli ommessi negozi. Così nè l'agricoltura, che lor serve di divertimento, e di riposo, nè i lunghi viaggi, e fatiche verun fastidio ad essi arrecano, allettati dalla speranza del guadagno.
Uno de' più dotti, e benemeriti Accademici di Udine chiama la nostra Carnia gemella, ed in qualche modo nutrice del Friuli ( Antonio Zanon lett.8. ). Non basta eh'essa provveda il Friuli di alcune cose di seconda necessità che mancangli, ma compera innotre i grani, ed i vini che soprabbondano ad esso: e molti de' Carni vanno in giro gran parte della lor vita per la Germania, Ungheria, e Transilvania, vendendo le manifatture del Friuli.
Si trova in Carnia un numero ben grande di tessitori, che lavorando tele, canevi, e fustagni, disposti sarebbero, ed abili anche al lavoro delle manifatture di seta: anzi pare che la natura gli abbia formati tali per essere giovevoli alla Patria ancor in questo. Alla loro antichissima abilità nel tessere fa un elogio il chiarissimo Storico Giacomo Valvasone di Maniaco nella informazione che diede l'anno 1565. al Santo Cardinale Carlo Borromeo Abate commendatario di Moggio, intorno al sito, ed alla natura, e condizione de' popoli delle Carnia. Ed il prelodato Accademico Udinese ( Antonio Zanon lett.8. ) non lascia di chiamarli popoli moderati, frugali, mansueti. Sono molti secoli, scriv'egli, che vivono nella Città di Udine, e per tutta la Provincia col solo mestiere del tessere, molte famiglie, le quali sonosi conservate sempre nella innocenza de' loro costumi: mai alcuno di essi non diede il menomo scandalo: non si accomunarono mai col rimanente del popolo, vivendo in perpetuo ritiro nelle loro officine, e chiusi nelle loro case anco nei giorni festivi dopo di aver udita la Santa Messa , ed assistito agli Uffici Divini; non si vedono mai vagare per le strade in nessun'ora, nè frequentare le osterie, conservando perpetuamente la loro mansuetudine, ed una somma lodevolissima frugalità.
Giovanni Candido ne' suoi commen. Aquil. lib. I. asserisce che a' popoli della Carnia si enfia il gozzo stranamente. Ma io credo che o diligente scrittore abbia quì preso sbaglio. Rari sono in codesta Provincia quelli che di tal male patiscono, ma v'è una valle, o sia canale confinante a questo paese, che in latino alcuni dissero Valis Julia: con errore però, confondendo la nostra Valle Giulia , ora chiamata canal di S. Pietro, con quella Valle di Carintia.
Quella valle che noi chiamiamo Zeglia , e che da Paolo Diacono fu chiamata Zelia da' Tedeschi si denomina col nome composto di Geilthal : thal in lingua Alemanna significa Valle, ed i latini chiamano Gila il fiume che bagna la Valle medesima, e che da' Tedeschi parimenti viene nominato Geil. In questo dunque presero sbaglio Giovanni Candido, ed altri.
Gli Abitanti per verità della Zeglia, massime nel canale chiamato Lissacco, gran parte degli uomini a cagione dell'acqua di cui si servono, com'essi asseriscono, patiscono gonfiamento di gozzo: nè solamente hanno tale deformità di corpo, ma molti ancor provano una certa stolidità di mente per cui sono privi ancor della favella. E' questo Canale nelle parti dell'Alemagna: laonde certi Principi Tedeschi, siccome sono ricchi, e potenti, aveano per iÌ passato questi uomini per giuoco nei loro trastulli e conviti, e colle loro inezie si eccitavano a non picciol riso. Pia cosa però, e cristiana sarebbe stata il compassionare alla costoro infelicità, e miseria anzi, che dilettarsi delle loro stoltezze.

Ma assai più felice, e a dirsi la nostra Provincia per la fede, che a tempo abbracciò. Gran ventura fu della nostra Carnia che fin dal primo secolo della natività di Cristo le nascesse tra le folte tenebre della Idolatria la luce della vera fede, e pietà. I suoi primi crepuscoli si ascrivono allo zelo dell'Evangelista S. Marco. Essendo questi portato circa l'anno 46 del nato Redentore in Aquileja, ed avendo ivi predicata la parola della salute, ed affermato coll'Apostolo che questi è Cristo, scrisse di propria mano l'Evangelio, che un tempo mostravasi nella Chiesa d'Aquileja, e spacciatasi per originale, ma che da' moderni non si crede più che copia del V. secolo ( Anedotor. Sacror. Johan. Bap. Caspar. Tom. 2 pag. 246. Venetijs 1781. ). Cosi primo predicatore in questa famosissima Città fa S. Marco Evangelista il quale dopo di avere colla sua predicazione convertiti alla fede Cristiana infiniti popoli, e di avere già fondata quella Chiesa, desiderando di rivedere la faccia di S. Pietro, e di andare a Roma, tentava di lasciarvi occultamente quel popolo: ma per volontà di Dio vociferando il popolo, e dimandando un Pastore, a piene voci S. Ermagora fa eletto in Pastore del gregge del Signore. Allora S. Ermagora mettendosi in viaggio con S. Marco pervenne a Roma, e ricevendo da S. Pietro il bastone del Pontificato, e il sacro velo, venne ordinato Vescovo. Indi restituitosi alla Città d'Aquileja, con mirabil ordine reggendo la sua Chiesa , ordinò Seniori , e Leviti , i quali poi mandava per le contrade inculte d'Italia.
Tutto questo abbiamo da un'antica cronica della Chiesa Aquilejese che ritrovasi nell'archivio de' Canonici di Cividale: e da ciò abbiam fondamento di asserire, che almen dal tempo del glorioso S. Ermagora il Vangelo di Cristo sia stato predicato nella nostra Provincia. Perché se esso Santo ordinava Seniori , e Leviti cioè Preti, e Diaconi, i quali poi mandava per le Città d'Italia, certamente il nostro Giulio Carnico, che era una delle più celebri Città d'Italia, siccome di lui scrissero Tolomeo, e Plinio, ( Farlati Illyrici sacri I. pag. 261 Bolland. de S. Ermagora et Fortunato ad diem XII. Julii ) e a dire, che ricevesse al bel principio la santa fede. Il che ci fa credere la predetta cronica seguendo a parlare degli atti di S. Ermagora con queste parole: Dopo di ciò mando alla città di Trieste un Prete, ed un Diacono; ed il simile faceva per le altre Città.
Ci giova qui allegare l'autorità del chiarissimo nostro Floriano Morocutti, alla cui erudizione confessa esser molto debitore l'Ughelli nella sua prefazione alla Italia Sacra. Riferisce dunque egli che dai, primi Prelati d'Aquileja, o sia da San Marco, o sia come a molti piace da Santo Ermagora fu mandato un certo Prete chiamato Lorenzo ad annunziarc il Vangelo di Cristo ai Norici, Unni, o Avari, Giepidi, Marcomanni, e ad altri confinanti popoli Trasdanubiani. Or la nostra Carnia è situata ai confini del Norico; e per andare nei paesi Norici non v'era allor via più comoda o più spedita, che la nostra via Giulia, resa carreggiabile da Giulio Cesare. Quindi è da credersi che la nostra Provincia della Carnia sia stata delle prime a ricevere il seme della Divina parola sparso da quel ministro Evangelico nominato Lorenzo statovi mandato da S. Ermagora; e che le sue prime sacre Missioni sieno state fatte nella Città del nostro Giulio Carnico.
Da: Notizie storiche della Provincia della Carnia di Niccolò Grassi (1782).